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Se da bambina mi avessero chiesto una definizione di “inferno”, sono piuttosto certa che avrei risposto qualcosa di simile a un “restare in città ad agosto”. I negozi chiusi, le strade deserte, il termometro fuori dalla farmacia a segnare cifre di molto superiori agli anni di Cristo, i manifesti delle sagre di paese con suonatori di fisarmonica scontornati e inspiegabili gilet, ma soprattutto, sopra ogni altra cosa, dalle zanzare tigre ai lavori in corso nelle strade del centro, su tutto: le Repliche.

Non c’era niente che odiassi più delle Repliche. Sailor Moon prima e le serie americane poi, ovvero ogni cosa che riempisse le mie giornate di gioia, veniva interrotta e sostituita da casuali manciate di episodi già trasmessi, o (peggio ancora) da film tv troppo spesso tedeschi e troppo spesso basati su romanzi dell’odiosa Danielle Steel. Nessuna salvezza. Agosto in città è l’inferno. O perlomeno lo è stato fino a quando non ho preso la decisione di destinare alla discarica l’inutile televisione, munirmi di una connessione internet e liberarmi dalla convinzione infantile che andare al cinema da sola fosse motivo di vergogna. Andare al cinema da sola, per una donna, è più di un passatempo: è una dichiarazione di indipendenza. È la risposta ad anni e anni di lotte femministe e manifestazioni per l’affermazione dell’uguaglianza. Sarei stata sicuramente pronta a compiere questo passo fondamentale se il Vicino non avesse suonato alla mia porta invitandomi a uscire. L’avrei fatto sicuramente. Comunque.

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Non c’è niente di meglio, per un primo appuntamento, che un film (preferibilmente americano) al cinema. Permette di capire quasi ogni cosa che sia importante sapere. Ad esempio, per me, non ha senso passare al secondo appuntamento se durante la proiezione si verifica una delle seguenti situazioni.

Prima situazione. Parte un trailer dei Vanzina e lui ride.
Seconda situazione. Parte un trailer di J.J. Abrams e lui dice qualcosa tipo “il finale di Lost non ha senso: si capiva benissimo che erano tutti morti”.
Terza situazione. Durante la proiezione del film lui spiega ogni passaggio come se non fossi in grado di seguire la trama (è possibile fare un’eccezione nell’ipotesi di un film di David Lynch).
Ultima situazione. Si alza prima delle fine dei titoli di coda (assolutamente imperdonabile nel caso in cui il film sia della Marvel).

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Il Vicino ha scelto Chef – la ricetta perfetta. Non ha riso al trailer di una commedia italiana in cui Emilio Solfrizzi faceva il Christian De Sica e Adriano Giannini aggiungeva la sua firma al contratto con Satana da cui nessun figlio d’arte sembra poter sfuggire. E, arrivati ai titoli di coda, potrei quasi scommettere di aver percepito un barlume di commozione.

Perché, va detto, Chef è un film bellissimo. Un film in cui la cucina, per una volta, si mostra senza veli per quello che è: una poetica, vivace, elegante fatica. Un’arte che si compone di dedizione e pratica, di allenamento e tentativi, di spugne e cerotti. Non un passatempo, ma una missione. E se non bastasse la sfilata di profumi che inspiegabilmente sembrano materializzarsi in sala, ci sono i colori e le musiche di un impeccabile on the road che parte dalla cubana Miami, passa per il Texas e New Orleans e finisce a Los Angeles come finisce un sogno, con ogni cosa che trova il proprio (forse imperfetto, ma esatto) posto nel mondo.

Di tutti i piatti che scorrono davanti agli occhi durante quest’inno alla papilla gustativa, quello che non riuscivo a togliermi dalla testa era un toast che Jon Favreau prepara a suo figlio poco prima di farsi spiegare che cosa sia Twitter. Ero proprio convinta che fosse quello, il croque monsieur di cui parlava Laura al barbecue. Così nei cinque giorni seguenti non ho fatto altro che cercare di ripetere la magia con ogni ricetta e variante.

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Per capire che non ero nemmeno lontanamente vicina alla soluzione sono state necessarie circa 12 fette di pane, 24 sottilette e non so bene quanti grammi di burro. Alla fine, sazia e stremata, l’ho fatto: sono tornata a vedere Chef. Da sola. Non era un croque monsieur, era semplicemente un toast, ma era senza dubbio il toast perfetto.

Non ditemi che volevate davvero sapere dell’appuntamento.

Croque Monsieur

Ingredienti
200 g di groviera grattugiato, 8 fette di pancarrè, 4 fette di prosciutto cotto, 350 g di besciamella (o crème fraîche)

Preparazione
Spalma un cucchiaio di besciamella su ogni fetta di pane, poi adagia una fetta di prosciutto cotto e ricopri con del groviera grattugiato. Copri ogni fetta con un’altra fetta di pancarrè, spalma un cucchiaio di besciamella e ricopri con altro groviera grattugiato. Metti i 4 sandwich appena preparati nel forno e accendi il grill per qualche minuto. Appena il formaggio sarà sciolto, ben dorato e croccante sulla superficie, servili e gustali ben caldi.

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about Emma

Sono una cinefila per vocazione, procrastinatrice professionista, laureata nell'arte di scongelare. Vivo di serie TV e ricordi d'America. Non ho (ancora) imparato a cucinare, ma spesso me ne dimentico. Abito in Via delle Ortiche 23, piano terra, appartamento a ovest.

4 comments
  1. barbara - pane&burro says:

    MA CHE DAVVERO I PROTAGONISTI DI LOST ALLA FINE ERANO TUTTI MORTI?????????
    graziosissimo racconto, purtroppo attualmente nella mia città il film non è in programmazione, ma mi hai molto incuriosita!

    • Carlotta Fiore says:

      Grazie Barbara! No, non erano morti, non avrei mai spoilerato il vero finale 😉 Chef era in programmazione ad agosto, ma spero che tu lo possa vedere presto (poi fammi sapere, mi raccomando: è davvero delizioso)!

  2. Ilaria Guidi (Campi di Fragole per Sempre) says:

    Ma quanto è bello arrivare qui da voi in Via delle Ortiche, 23??!!! Troppooooo!!! Devo confessarvi un amore a prima vista con il vostro blog incantevole…le vostre foto sono bellissime e sempre molto personali ed originali…vi seguo sempre con tanto piacere!
    Un abbraccio
    Ila

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