Passi così tanto tempo a sognare un luogo che poi, quando finalmente ci arrivi, sembra davvero di essere in un sogno. Il mio è sempre stato il Giappone: il tempo speso a fantasticare ne ha costruito un’immagine quasi reale, un ricordo di sensazioni non ancora vissute.

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La bellezza del Giappone è proprio qui: puoi immaginarlo ovunque, nei libri di Maraini o di Kerr, nei personaggi della Yoshimoto o di Murakami, nelle battute di Bill Bryson o nelle centinaia di manga, film e cartoni animati che guardiamo fin da quando siamo bambini. Sarà esattamente quello che troverai. Tutto quanto, tutto mescolato insieme.

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A Tokyo cammino in kimono, tanto nessuno ci fa caso, e così verifico quello che ho immaginato intimamente fino a quel momento: stavo cercando due orizzonti, il primo molto esotico fatto di geishe, samurai, ikebana, cerimonie del tè e crisantemi e l’altro postmoderno, caotico, surreale, quasi al limite della distopia e Tokyo è la città giusta. Così, lasciandomi trasportare da un pensiero qualsiasi, mi trovo al centro dell’incrocio di Shibuya, mentre stanno tutti attraversando nello stesso momento. Il semaforo è verde, il traffico si blocca e i pedoni iniziano a spostarsi in qualunque direzione sulle strisce bianche e oblique. Tutto quello che c’è intorno è fatto di circuiti, neon – insegne, sale di pachinko, locali per il karaoke – o è un grattacielo e, senza rendermene conto, mi ritrovo a camminare molto velocemente: giro l’angolo o salgo su un treno, cambio quartiere e cambio tempo. D’un tratto tutto rallenta, tutto riflette. Un tempio shintoista, un laghetto di carpe, giardini di ginkgo, infilare le mani nella colonna di fumo che sale dall’incensiere e così purificarsi. La contraddizione è la sacra sintesi di ogni cosa qui: se tutto sembra impossibile tutto sarà incredibilmente vero.

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A Tokyo perdersi è facilissimo. Come è altrettanto facile ritrovare la strada e cercare del cibo. E mangiare in Giappone è una questione shintoista. Innata. Se vuoi c’è un rito spirituale per tutto: il rito dell’apprendimento della cucina, il rito della preparazione e della preservazione dell’essenza degli ingredienti, il rito del gusto, il rito dell’attesa per mangiare, il rito del ringraziamento di tutta la catena alimentare. Ristoranti a gettone, locande che preparano un piatto solo o che offrono svariate declinazioni di un unico ingrediente, locali dove il pesce te lo peschi da solo, bancarelle, take-away. Non importa: ogni cosa deve essere in equilibrio, ogni cosa al suo posto anche se è solo una. Penso a quel documentario su Jirō, sushi master di grande fama, e ad uno dei suoi apprendisti che da 15 anni, in silenzio, prepara Tamago, la frittata dolce giapponese, senza aver ancora raggiunto la perfezione. Aspetta ancora, senza fiatare.

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Superando folli otaku e monaci in preghiera mi ritrovo di nuovo al centro di Shibuya e di nuovo, senza rendermene conto, sono su un treno velocissimo e ipertecnologico che, come nell’ossimoro migliore, mi riporta indietro nel tempo. A Kyoto, a Nara, a Kanazawa, sulle montagne…

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Il verde di questi territori tinge tutto di smeraldo a tal punto che le alture sembrano fatte di giada. Le cascate e i laghi sono segni che racchiudono in poco spazio tutto quello che c’è da ricordare. Case di legno e paglia, onsen e tutto torna silenzio. Solo il fluire dell’acqua è il tempo che scorre.

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Un suono lontano di campanelle, sembrano quelle del tempio… No, è la sveglia. È la sveglia e sono le 6:00! Apro gli occhi e tutto svanisce in meno di un secondo, una piccola eternità sospesa che ritorna nel flusso del tempo in un battito di ciglia. Ma ora sono sveglia e mi ricordo tutto: devo andare all’aeroporto di Milano a prendere due amici che stanno tornando dal Giappone e si fermeranno a cena nella nostra cucina giù da Laura. Non sono io che vivo in Giappone… decisamente non sono io. Dopo aver superato quel forte senso di delusione che segue i bei sogni, mi infilo vestiti a caso, non sveglio nessuno nonostante io non sia famosa per la mia leggiadria mattutina, e parto il prima possibile. Devo tornare in tempo per raccogliere i cavoli cinesi, l’insalatina Tatsoi e i Daikon che ho coltivato appositamente per l’occasione. Ho anche un kimono da indossare, ma non riesco a ricordare perché è nel mio armadio.

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“Pioggia di primo inverno:

sarò forse chiamato anch’io

viaggiatore.”

Matsuo Bashō (1644-1694)

Ricetta del Posto: Gyoza (ravioli di carne giapponesi)

Ingredienti

350 g di macinato di carne di maiale, 1 porro, ½ cavolo verza, zenzero fresco, olio di sesamo, erba cipollina, aceto di riso, salsa di soia, acqua

Preparazione

Metti in un recipiente capiente la farina e aggiungi l’acqua un poco alla volta, finché l’impasto non raggiungerà la consistenza desiderata e, come dicono i giapponesi: la pasta dovrà avere la consistenza del lobo del tuo orecchio! Metti il panetto di pasta a riposare in frigorifero, coperto con la pellicola trasparente. A questo punto fai bollire il cavolo verza in acqua non salata, dopodiché strizzalo e tritalo finemente con la mezzaluna. Mettilo in un recipiente e aggiungi gli altri ingredienti: il macinato di maiale, lo zenzero fresco grattugiato, il porro (solo la parte bianca o verde chiara) sminuzzato in piccoli quadratini di circa 2-3 mm, un filo d’olio di sesamo. Con il cucchiaio mescola l’impasto a lungo, finché non risulterà abbastanza omogeneo. Prendi la pasta che avevi riposto in frigorifero, forma un rotolo di circa 3 cm di diametro e taglialo a fette di 1 cm di spessore. Lavorale una ad una con il mattarello, utilizzando eventualmente un po’ di farina per non farle attaccare al tagliere: dovrai ottenere dei dischetti di 8 cm di diametro. Metti un po’ d’impasto al centro del disco di pasta, inumidisci le estremità con dell’acqua e poi chiudili, facendo delle piccole pieghe a spina di pesce. Adagiali in una padella antiaderente oliata e calda e infine falli saltare da una parte e dall’altra, finché non avranno formato una crosticina croccante. Aggiungi un po’ d’acqua nella padella, coprila con il coperchio e aspetta qualche minuto per terminare la cottura. Servi i Gyoza con una salsa preparata con ½ bicchiere di salsa di soia, ½ bicchiere di aceto di riso e un po’ di erba cipollina tritata.

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about Lidia

Sono una neo-mamma, ex-carnivora, in rotta di collisione con il mondo bio. In equilibrio precario tra la disciplina Zen di coltivare sul balcone e la tentazione di abbandonarmi al fritto, cerco costantemente conferme da tutti (cane compreso) Abito in Via delle Ortiche 23, primo piano, appartamento a nord.

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