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Il 21 giugno di ogni anno, in un modo o nell’altro (e quasi sempre senza averne coscienza) mi ritrovo a qualche festa in cui si serve pasta incollata e le bambine giocano senza scarpe, a chiedermi da dove arrivi la smania che hanno tutte le donnine di venire liberate in un prato per fare la ruota ed esibirsi in verticali traballanti dal prevedibile finale.

Il 22 giugno solitamente sto guidando con una mano, cercando con l’altra una stazione radio che passi musica accettabile, pregando perché la canzone dell’estate di Jovanotti e/o Cremonini e/o Pezzali non sia un totale disastro.

Il 23 giugno, finalmente, accetto di essere diversa da chi aspetta con ansia l’arrivo dell’afa e delle zanzare e, prendendo in prestito le parole di qualcuno che la sapeva lunga, ma molto più lunga di me: Chiudo gli occhi, mi scosto un passo. Sono altro. Sono altrove.

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L’altrove è spesso un bosco. L’altro ancora non so. Emma ha scoperto una parola, qualche settimana fa, che definisce la nostalgia di luoghi che non conosci. Ha cercato di usarla in una frase, ma non era possibile, allora me l’ha semplicemente spiegata. Con l’aria di qualcuno che ti sta dando una gran bella notizia. Da allora ho ripensato spesso a quella parola, a che sapore abbia la nostalgia di un posto che non hai mai visto e se sia diversa da quella che provo io. Mi chiedo se la mia abbia un nome, ma forse ce l’ha ed è questo. Nostalgia. Spero di no, suona come un’infiammazione muscolare.

Qualunque cosa sia e qualsiasi nome abbia, la combatto ricordando le tradizioni, circondandomi da ciò che è verde, ascoltando canzoni che parlano di uomini alla deriva salvati dagli occhi di una donna, di fantasmi che si aggirano per le strade di Dublino spingendo un carretto. Cerco di aggirarla raccogliendo frutti di bosco e trasformandoli in marmellata, come mi insegnava mia nonna, l’unica a cui abbia mai permesso di darmi un nome che non fosse quello con cui sono nata. La sola a cui perdonassi l’abuso di zucchero, l’abuso di abbracci.

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In momenti come questo penso che non possa essere semplice nostalgia. È piuttosto un castigo, per chissà quale peccato. E il solo castigo possibile è ricordare l’odore delle scogliere d’Irlanda.

Marmellata di more di rovo

Ingredienti
1 kg di more di rovo mature, 500 g di zucchero semolato, 1 limone

Preparazione
Lava con cura le more mature con acqua corrente, togli il picciolo e mettile a bollire con poca acqua, a fuoco vivace, per 10-15 minuti. Cerca di mescolare di tanto e in tanto cercando di schiacchiarle il più possibile. Dopo la bollitura passa le more con un setaccio o al passaverdura per eliminare i semini e rendere la marmellata più morbida e cremosa. Metti in una pentola la polpa ottenuta e aggiungi il succo di un limone e lo zucchero. Fai bollire a fuoco lento per circa 45-60 minuti, continuando a mescolare molto spesso e schiumando, se necessario, con una schiumarola per eliminare l’eventuale residuo che emerge in superficie. Mentre il composto cuoce prendi i barattoli di vetro e sterilizzali, facendoli bollire in una pentola con acqua bollente. Dopodiché lasciali raffreddare e asciugali accuratamente. Per capire se la marmellata è pronta mettine un cucchiaio sopra un piattino: se inclinandolo cola lentamente e non scivola via è sicuramente pronta. Lasciala riposare per qualche minuto poi prendi i barattoli e riempili con la marmellata, lasciando 1-2 centrimetri di spazio. Pulisci i bordi, chiudili molto bene con i coperchi e capovolgi i vasi: lascia raffreddare la marmellata in questa posizione per creare il sottovuoto grazie al quale potrai conservarla a lungo, in un luogo fresco e poco luminoso. Per il sottovuoto puoi utilizzare anche un altro metodo: posiziona i barattoli, già riempiti e ben chiusi, in verticale in una pentola ricoperti d’acqua e separati da un tovagliolo di stoffa. Porta l’acqua ad ebollizione e lasciala bollire per 20 minuti. Poi spegni il fuoco e fai raffreddare i barattoli direttamente nell’acqua. Potrai gustare la tua marmellata anche nei mesi invernali e sarà ancora fresca, profumata e saporita.

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about Daniela

Mi definiscono una salutista seriale. Se dovessi definirmi in tre punti direi: pilates, consigli della nonna, design Ikea. Se potessi aggiungerne un quarto sarebbe l'Irlanda. Abito in Via delle Ortiche 23, primo piano, appartamento a nord.

2 comments
  1. Marta e Mimma says:

    cara Daniela, tu mi tieni incollata allo schermo! ti confesserò di essere un individuo un po’ atipico anche io: la hit del momento non ho idea di quale sia, poiché resto sempre sintonizzata sulla mia playlist personale dell’ipod; mi rinchiudo a casa pur di non essere trascinata a forza a mare (che al caldo che ti si appiccica sulla pelle, anche no…) anche se poi non riesco ad uscire dall’acqua e non mangio la parmigiana (ma ho promesso di rimediare a questo). La sensazione di “non appartenenza” mi perseguita non solo in estate quanto tutto l’anno, come se non fossi mai al mio posto, a quello che mi spetta e che mi calza bene.
    se c’è però una cosa che faccio in estate, quelle sono scorpacciate di frutta e, soprattutto, incetta di frutti di bosco. Non ho purtroppo un albero personale da cui rifornirmi, ma per lo meno svuoto tutti i banchi del mercato per farli miei. E d’altronde, bastano un po’ di zucchero e succo di limone per sentirsi un po’ più a casa tutto l’anno…
    Marta

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